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SEVERITA’

Stiamo per salutare chi ci ha invitato a cena.
“Bambini, mettete le scarpe, la giacca, il berretto e poi salutiamo in nostri amici”.
Il tono è molto deciso. Loro iniziano a prepararsi. Ovviamente lo fanno strattonandosi, dilatando i
tempi, ridendo, dicendo cose senza senso… lo fanno da bambini.
Lui mi guarda e mi dice: “Ilaria, sei severa…”.
Ha avuto modo per osservarmi durante la serata.
“Penso che se vogliono sopravvivere… sia necessario”, mi anticipa sua moglie.
Annuisco.

Poi nei giorni successivi questo “severa” risuona.
Cerco di scrollarmi di dosso questo aggettivo che un po’ mi pesa.
Mi ricorda sguardi di foto in bianco e nero senza sorrisi, bacchettate sulle mani e mancati abbracci
di genitori dei primi del Novecento.
E non lo sento mio.

Ma gli altri ci fanno da specchio e dopo giorni ammetto che è vero.
Con sorrisi, colori e abbracci… ma sono (siamo) severa.
Per sopravvivenza.
In certe occasioni se non diamo linee precise e definite, come una richiesta di riordino dopo il
gioco, rischiamo di essere sommersi e non aver più un centimetro libero sul quale camminare.
Per numero.
Tre non è uno. Non possiamo permetterci a volte quello che si può con un figlio unico.
Per rispetto.
Se in certe mattine non venisse data in modo severo la tabella di marcia, arriveremmo a scuola
alle 10 anziché alle 8.
Per proteggerli, finché possiamo.
Per educarli.

Ovunque leggiamo e studiamo che noi genitori dobbiamo essere “autorevoli” piuttosto che
“autoritari”. Sarò voce fuori dal coro, senza dubbio, ma qualche dubbio mi sorge.
Con i miei figli gioco a carte, lotto sul divano, li cerco in nascondini più o meno strutturati, mi
trasformo nella strega (con un nome segreto) che li rincorre per la casa, canto mio malgrado
Rovazzi e Fedez, ma sono severa… di quella severità che credo necessaria per chi ha un ruolo di
guida, soprattutto in questo presente nel quale i bambini hanno realmente necessità di punti
fermi.